ROBERTO MINGOZZI

Sono nato a Bologna il 1° novembre 1959.

 

Per chi è appassionato di astrologia e/o ci crede, Scorpione puro al 75%. Scorpione come segno zodiacale; Scorpione come Ascendente; Sole, Luna, Marte e Mercurio congiunti in Scorpione; Nettuno in scorpione per non farci mancare nemmeno un po' di governo d'acqua nel segno d'Acqua. Diciamo che la combinazione origina un carattere non proprio facile e abbastanza ricco di sfaccettature e conflitti.

 

L'aspetto musicale, che è quello che ci interessa in questo contesto, nasce in un modo forse inusuale, per un bimbo: credo che il primo pezzo di musica che io abbia ascoltato siano state la "Quattro Stagioni" di Antonio Vivaldi. I miei genitori erano appassionati di musica classica e quella era la musica che, bene o male, girava per casa, essendo i miei due fratelli molto più grandi di me e, di conseguenza, non erano a casa ad ascoltare la musica che piaceva a loro.

 

Per dirla tutta, a me la musica classica piaceva moltissimo, da bimbo, e ricordo ancora molto bene un'impressione alquanto strana (a ripensarla da adulto): io sapevo come sarebbe proseguita la musica, dimostrando forse una spiccata predisposizione verso l'armonia. Non mi piaceva affatto, per contro, la musica leggera che andava in quegli anni sessanta. Fin da piccolo la roba leggera non mi piaceva e questo credo la dica lunga sulla pesantezza della persona :-)

 

Tanto per essere coerenti e seguire un percorso di evoluzione musicale senza troppi scalini, il primo album di musica non classica che ho ascoltato – a tredici/quattordici anni, credo, spinto da un amico che mi disse di provare altre cose – fu "Machine Head" dei Deep Purple (che io avevo capito chiamarsi Di Papa e mi risultava strano capire il perché di quel nome scemo). Devo dire che, nonostante il brusco cambio di genere, l'album mi piacque molto e questo penso sia emblematico del mio approccio alla musica: a me piace tutta (salvo qualche eccezione) melodica o dirompente che essa sia.

 

In quel periodo ho iniziato ad avvicinarmi all'esperienza di suonare uno strumento musicale. In quel tempo mi stava antipatico il pianoforte, ma mi piaceva tantissimo il suono dell'organo... risultato? I miei primi passi per suonare uno strumento sono state delle pedalate. Per essere più specifici, pedalate fatte sui pedali di un vecchio armonium prestatomi da un parroco forse stufo di sentirmi pestare tasti nella sua sagrestia.

 

La mia formazione musicale era di base, ma proprio di base: lezioni di musica e flautino dolce in Do seguite in prima media. Non ho mai preso lezioni di musica, ma mi sono sempre studiato di tutto, in quel periodo, dai metodi per flauto dolce e pianoforte (che io trasponevo sul mio armonium a pedali) ai librettini e trattati sull'armonia e la composizione.

 

Il mio vero sogno e, forse, la mia vera inclinazione – se i casi della vita non mi avessero poi obbligato ad intraprendere forzatamente altre strade – era la direzione d'orchestra. Per me la musica è un'esperienza collettiva, e il valore di ogni strumento va considerato nel confronto di cosa questo suona assieme agli altri strumenti.

 

Nelle prime feste fatte tra amici nelle cantine ho sentito un doppio disco dei Procol Harum – una ristampa di "A Whiter Shade of Pale" e "Salty Dog" unificati – che ha fatto nascere in me un'amore sfegatato per il suono dell'organo Hammond e il desiderio irrefrenabile di possederne e suonarne uno (desiderio che sono riuscito a soddisfare solo ben trentacinque anni dopo, facendomi finalmente un regalo per i miei cinquant'anni!).

 

Verso i quindici anni mi sono avvicinato allo studio della chitarra, strumento molto più comodo e social (anche se allora questo brutto termine non era ancora così in voga) dell'armonium, soprattutto da portarsi dietro ai Giardini Margherita quando, invece di andare a scuola, ci si trovava a suonare per tutta la mattina.

 

Nello stesso periodo sono capitato in possesso di "Selling England by the Pound", dei Genesis, e lì è iniziata, con anche la spinta di "In The Court of the Crimson King" dei King Crimson, la mia predilezione per il progressive rock, che non mi ha mai abbandonato.

 

Verso i diciotto anni una serie di sfortunate combinazioni familiari mi hanno obbligato a trovare un lavoro, obbligo che – in modo del tutto fortuito – mi ha portato a suonare in un night club per quasi tre anni. Devo ringraziare quel periodo per una serie di motivi, tutti altrettanto validi. Sono entrato in contatto con il mondo dei musicisti di professione e sono stato costretto ad imparare come si deve suonare quando si suona assieme a professionisti e per un pubblico (anche se quello non era un pubblico poi così raffinato e dal palato difficile); quel periodo mi ha fatto crescere tantissimo nella tecnica del pianoforte (al quale ero nel frattempo passato) e mi ha fatto imparare cosa voglia dire trasportare a vista musica mai sentita prima per venire incontro alle esigenze di un cantante. Il motivo principale per il quale sono grato a quel periodo è che mi ha fatto capire due cose: ho capito che non mi piace suonare quello che vogliono gli altri, ma soprattutto ho capito che suonando non si mangia (o si mangia molto poco).

 

La seconda consapevolezza di cui sopra è il motivo per cui sono alla fine approdato al nascente mondo dell'informatica. Stiamo parlando dei primi anni '80 e li i computer erano davvero un altro mondo: mainframe aziendali che occupavano enormi stanze a temperatura controllata, che erano mille volte meno potenti e con milioni di volte meno memoria di un attuale smartphone. Contrariamente a quanto si possa pensare, il lavoro dell'informatico ha moltissimi aspetti creativi e questo, quindi, non andava in contrasto con le mie tendenze.

 

Dai venti ai cinquant'anni sono entrato in contatto con tanti musicisti, ho suonato con tanti gruppi tantissimi generi diversi, perfino un gruppo di musica da ballo e un gruppo di Rythm'n'Blues che ho portato avanti – con una fatica immane nei rapporti interpersonali, scrivendo tutti gli arrangiamenti per 12 persone – per tre/quattro anni. Ho anche tenuto un concerto di Chopin, una volta, e mi sono dato allo studio del flauto, del violino e del violoncello; non tanto per suonarli davvero, ma perché mi piace capire come si suonano e come si usano gli strumenti più disparati.

 

A cinquant'anni, come dicevo, mi sono regalato un organo Hammond, nato a Civitavecchia dai pezzi di tre organi dismessi, che mi ha finalmente dato l'emozione di possedere e suonare questo strumento eccezionale, che – a mio avviso – ha il suono più bello del mondo. Sarà una mia fissa...

 

Adesso di anni ne ho più sessanta che cinquanta eppure mi sono nuovamente trovato ad affrontare una sfida nuova, rientrando in contatto con il mio amico Francesco: la composizione di una Messa in stile settecentesco. Il divertimento, per uno a cui piace più arrangiare parti per più strumenti che suonarli, è stato immenso.

 

Beh... vediamo cosa succede nei prossimi cinquanta...

 

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